Il bail in, ovvero la pratica voluta dell’Europa, per cui il fallimento di una banca deve essere pagato da azionisti, da alcuni obbligazionisti e da chi detiene depositi sopra i 100mila euro è inapplicabile. Non solo, “Rischia di minare la fiducia nelle banche e generare instabilità.” A dirlo il capo della vigilanza di Via Nazionale, Carmelo Barbagallo che ha anche affermato che l’introduzione delle norme sul bail in nel 2016, sperimentata con lo sventramento degli obbligazionisti di Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti e CariFerrara, “è stata affrettata” e oggi, di fatto, è inapplicabile.

“Va detto che Banca d’Italia aveva più volte messo in guardia dal bail in e il governatore, Ignazio Visco, aveva consigliato di prendere tempo. Tuttavia, riguardando i suoi interventi pubblici tra il 2014 e il 2015, colpisce che Visco si sforzasse sempre di giustificare la nuova misura, evitando obiezioni frontali e limitandosi a chiedere «gradualità», o a ripetere che comunque i depositi fino a 100.000 euro erano al sicuro – scriveva la scorsa settimana Gustavo Bialetti sul quotidiano La Verità –. E ci mancava pure, caro governatore. Del resto, il 29 gennaio, a Pisa, Visco ha lamentato che la Germania abbia speso 60 miliardi per «salvare il sistema bancario, cosa che è stata impedita a noi dopo». Con questi ritmi di ripensamento, nel 2025 Bankitalia ci spiegherà che il reddito di cittadinanza, o la flat tax, non erano cattive idee.”

Ora però, suggerisce Via Nazionale, serve una riflessione internazionale che tenga conto dell’esperienza fatta e della maggiore flessibilità adottata negli Stati Uniti e in Giappone: “Occorre consentire l’uso dei fondi di garanzia dei depositi a scopo preventivo (la Ue lo ha impedito nel caso Tercas e lo ha limitato per Carige) e non applicare le stesse norme alle grandi banche e a quelle medio-piccole – scriveva Luigi Grassia sulle pagine de La Stampa –. A queste infatti se non sono di interesse pubblico (e in tali condizioni si trova un centinaio di istituti, su 3000 della zona euro) non resta altro destino che la liquidazione coatta in caso di problemi. Ciò comporta una spinta a una «eccessiva concentrazione» del comparto bancario, con il rischio di penalizzare il finanziamento alle piccole e medie imprese.”

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