Cinquantasette a trentasette, quasi venti punti di differenza. È il risultato delle elezioni locali, in Umbria, che hanno visto il centrodestra rifilare quello che una volta si sarebbe definito “cappotto” all’attuale coalizione di governo giallo verde. Un risultato che dimostra, in maniera lampante, due cose: il Paese vuole andare a votare e, soprattutto, le politiche economiche di questo esecutivo che punta tutto sull’aumento delle tasse non stanno in piedi.

A Roma gira voce che Di Maio – con la complicità di Zingaretti – abbiano teso il trappolone a Salvini per paura delle elezioni, certo, ma anche per togliersi dai piedi il ministro Tria. Che un’idea ben chiara di come si sarebbe dovuta fare la manovra economica ce l’aveva: lasciar crescere l’Iva e abbassare l’Irpef. Perché la cura Gualtieri, oltre ad essere fatta di maggiori imposte, non farà altro che rimandare il problema, dal momento che le risorse per bloccare l’aumento dell’imposta sul valore aggiunto l’anno prossimo non ci saranno.

L’idea di Tria era, invece la seguente: lasciamo che scattino le clausole di salvaguardia che colpiranno inevitabilmente i consumi – del resto gli 8 miliardi di tasse in più di Gualtieri non li faranno di certo aumentare -, ma mettiamo più soldi in tasca a una classe media che sta scivolando verso la povertà attraverso la flat tax. L’idea era buona, ma si scontrava contro la filosofia pauperista del Movimento 5 Stelle. Che, infatti, ha avuto buon gioco ad allearsi con un Pd di Zingaretti che spera – nel lungo termine – di attrarre gli elettori di Di Maio e soci.

Risultato? La manovra economia è stata disegnata con nuovo deficit, nuove lacrime e sangue e la prospettiva che qualcun altro l’anno prossimo dovrà arrangiarsi col problema Iva. È facile che a doversene occupare non sarà questo governo dato che, dopo la scoppola di ieri, a gennaio ci saranno le elezioni in Emilia Romagna, ex roccaforte rosse che rischia di essere espugnata con la stessa facilità. A quel punto è probabile che Conte debba tornare dal Presidente della Repubblica con le dimissioni in mano e un atteggiamento certamente meno baldanzoso.

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