L’euro ha aiutato l’Italia solo fino al 2009, mettendo a disposizione delle sue numerose imprese un mercato più aperto e più facilmente penetrabile, ma dopo il 2009 vi è stato un calo importante di attività per l’impatto della crisi tanto malamente combattuta. A dirlo l’analisi dell’ex direttore dell’area studi di Mediobanca, Fulvio Coltorti, pubblicata su Nuova Antologia, trimestrale fondato da Giovanni Spadolini di cui il quotidiano online Start Magazine ha pubblicato un’interessante sintesi.

“Inizialmente l’euro ha portato bene all’Italia, mettendo a disposizione delle sue numerose imprese un mercato più aperto e più facilmente penetrabile, ma dopo il 2009 vi è stato un calo importante di attività per l’impatto della crisi tanto malamente combattuta – scrive Coltorti –. Misurandola in termini relativi (rapporti tra i Pil dei Paesi a prezzi correnti), tra 2005 e 2017 abbiamo perduto quasi 19 punti rispetto alla Germania e quasi 11 rispetto alla Francia.”

La perdita sarebbe il riflesso dell’indebolimento della nostra maggiore forza competitiva, l’industria. Indebolimento che non dipende da bassa competitività: le nostre imprese beneficiano infatti da sempre dello spirito di iniziativa degli imprenditori sparsi nei territori e del vantaggio dei bassi livelli salariali rispetto a quelli vigenti nei principali Paesi nostri competitori (Germania in primis). In tale contesto la riforma del mercato del lavoro da un lato ha ridotto ancor più quei livelli (del che non v’era bisogno), dall’altro aumentando il precariato ha peggiorato le aspettative delle classi consumatrici.

“In altri termini, i nostri imprenditori hanno ottenuto di ridurre i salari ma non hanno considerato che questo riduceva il potere d’acquisto e il reddito destinato ai consumi; il restringimento del mercato si è dunque ripercosso contro i loro stessi interessi. Anche questo effetto fu previsto da Keynes che, evidentemente, andrebbe letto e studiato con maggiore attenzione – conclude Coltorti – In termini di valore aggiunto dell’industria la nostra quota sull’eurozona è caduta dal 18% circa nel 1999 (anno dell’introduzione delle parità irrevocabili) al 14,7% nell’ultimo trimestre del 2017. Ma ha contato anche la restrizione del credito e quell’assurda politica di favorire la costituzione di banche più grandi penalizzando quelle minori, tradizionalmente più vicine (e adatte) alle nostre piccole e medie imprese. Ciò sulla base della premessa, errata come dimostrato dalle numerose evidenze empiriche, che le banche grandi sarebbero migliori e più efficienti delle piccole.”

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