Con 209 miliardi di aiuti sul tavolo, si fa presto a comprendere come abbia fatto il Presidente della Repubblica Mattarella a decidere di cambiare cavallo e di puntare su Draghi. Basta provare a dare una scorsa alle osservazioni che sono arrivate nel corso delle audizioni – presso le Commissioni riunite di Bilancio e Finanza delle due Camere e di Politiche dell’Unione Europea del Senato – della Banca d’Italia, della Corte dei Conti e dell’Upb (Ufficio parlamentare di Bilancio) alla bozza di Recovery plan lasciato in eredità dal governo Conte.

Come raccontava qualche giorno fa Maria Scopece sulle pagine del quotidiano online Start Magazine: “Fabrizio Balassone, capo economista della Banca d’Italia, traccia un quadro non positivo della bozza di Recovery Plan italiano che ‘prevede interventi aggiuntivi rispetto al tendenziale per oltre un punto percentuale del PIL in media all’anno durante i sei anni del programma’, dice Balassone. I suggerimenti che arrivano da via Nazionale chiedono di puntare sull’efficienza dell’impiego delle risorse, sulla discontinuità con il passato e su una nuova struttura di governo delle risorse”.  Il punto è che le risorse europee non saranno a fondo perduto ma andranno restituite e questo sarà possibile solo se saranno investite in settori capaci di moltiplicarle, di produrre utili.

“Qualità è quella che chiede anche la Corte dei Conti – aggiunge Scopece –, quale unica chiave per sostenere la crescita del potenziale produttivo negli anni a venire. Il dubbio della Corte è riguarda la ripartizione dei fondi europei tra spesa corrente e spesa in conto capitale, ossia destinata agli investimenti strutturali. Su questo punto la bozza di Recovery Plan non è chiara. Le preoccupazioni dei magistrati contabili riguardano, dunque, la destinazione dei fondi europei. ‘L’impressione è che quest’ultima (la spesa corrente n.d.r) – scrive la Corte – possa debordare da quella quota del 30% ipotizzata nelle valutazioni di impatto macroeconomico preliminarmente presentate nel documento’. Cruciale sarà dunque la qualità e non solo la mole di investimenti anche nella spesa corrente. ‘Sarebbe stato opportuno che già il documento avesse evidenziato i risvolti del Piano sulle macrovoci del conto consolidato della PA, per ciascuno dei singoli anni del triennio 2021-23 – conclude la Corte -. È cruciale guardare al medio-lungo termine e da questo punto di vista potrebbe essere opportuno concentrare gli sforzi su un numero limitato di progetti medio e medio-grandi’. Le priorità indicate riguardano la Giustizia e la Pubblica amministrazione servono riforme capaci di garantire efficacia procedurale e interventi per ridurre il gap digitale rispetto all’Europa.

“Critiche alla bozza del Recovery Plan dell’ormai fu governo Conte arrivano anche dall’Upb, l’Ufficio parlamentare di bilancio – conclude la giornalista –. Secondo l’Authority parlamentare dei conti, i criteri che guidano la descrizione e l’allocazione delle risorse nei progetti risultano disomogenei perché interessano tanti e, forse troppi, settori. Inoltre il collegamento con le riforme, che sono centrali nella filosofia comunitaria di Next Generation Eu, sarebbe debole e generico mancando anche cronoprogrammi e indicatori sugli stati di avanzamento.”

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