L’onda lunga del coronavirus rischia di travolgere anche le banche e non solo per gli immediati crolli di Borsa che abbiamo visto negli ultimi giorni. Il fatto è che i clienti degli Istituti di credito sono gli stessi che oggi sono costretti a non lavorare per cercare di contenere il virus: imprenditori, partite Iva, liberi professionisti, imprese. Si tratta di persone che oggi non fatturano e che, in più, rischiano di non riuscire a risalire la china abbastanza velocemente per ripartire nei prossimi mesi con i rimborsi dei prestiti fatti dalle banche. Il risultato? Ci si aspetta una nuova ondata di crediti deteriorati (ovvero imprese fallite) in Italia.

Solo poche settimane fa le banche italiane avevano presentato bilanci da record, ma la festa, come raccontavano qualche giorno fa Maximillian Cellino e Luca Davi, sulle pagine del Sole 24 Ore, è già bell’e finita: l’impatto dell’epidemia di coronavirus e la sempre più probabile recessione in arrivo, almeno in Europa, mette a rischio non soltanto il già fragile profilo della redditività degli istituti di credito del Vecchio Continente, ma minaccia anche i passi in avanti compiuti negli ultimi anni sotto il profilo del patrimonio e, quando si parla in chiave italiana, il cammino virtuoso nella riduzione delle sofferenze.

“È ovviamente ancora presto per trarre bilanci sull’aspetto dei crediti deteriorati, perché la diffusione dell’epidemia ha preso in contropiede un po’ tutti, per primi gli analisti – scrivono Cellino e Davi –. «L’impatto sulla qualità del credito dipenderà dall’entità e durata della riduzione dell’attività economica e delle conseguenze sulle imprese», osserva Mirko Sanna, Director Financial Institutions di S&P Global Ratings (che per l’Italia teme adesso un calo del Pil dello 0,3% nel 2020, con un impatto negativo legato al coronavirus dello 0,7%) notando che «le banche stanno prendendo delle iniziative per supportare le imprese e famiglie delle zone colpite, attraverso moratorie e supporti di liquidità».”

Di certo a pesare, almeno in prospettiva, sui conti delle banche è anche la normativa, che minaccia di acuire ulteriormente il rischio di credito, con la conseguente impennata degli Npl, spiega ancora Il Sole 24 Ore. “Un regime, quello previsto a livello europeo, che si lega a doppio filo al calendar provisioning, che prevede che sui crediti più recenti finiti in deterioramento le banche debbano effettuare accantonamenti fino al 100% nel giro di 3 anni per i crediti non garantiti, e di 9 per quelli garantiti – conclude l’articolo –. Un doppio colpo che, alla luce della crisi in atto e alle difficoltà contingenti di molte Pmi, potrebbe incidere pesantemente sui conti degli istituti. E di fronte al quale anche l’Abi si è subito attivata per chiedere alle autorità europee e italiane di sospenderne l’applicazione fino a un anno.”

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