“Torna l’ora legale, panico tra i socialisti” titolava, tanti anni fa il settimanale satirico Cuore. Qualcuno, tra quanti collaborano a questo blog, se n’è ricordato leggendo più di un articolo pubblicato questa mattina sull’ondata sovranista registrata ieri, alle elezioni europee.

“Stravince Salvini, ma i sovranisti non sfondano” scrive, nel catenaccio di prima pagina questa mattina La Repubblica, che chiosa, sul proprio sito: “Gli euroscettici crescono ma non stravincono, le famiglie politiche tradizionali – Popolari e socialisti – perdono consensi, ma ne conquistano di nuovi i liberali e soprattutto i verdi, che sorprendono sia in Germania che in Francia. L’ultima proiezione del Parlamento europeo, diffusa alle 21.23 e basata sugli exit poll, assegna ai Popolari 179 seggi nel nuovo Parlamento europeo, ai socialisti e democratici 152, ben 69 ai verdi, che nella passata legislatura ne avevano 52 e 105 alla formazione che raggruppa l’Alde (che da sola aveva 62 seggi nel precedente Parlamento) e l’En Marche di Macron. Il gruppo sovranista fondato da Matteo Salvini, l’Europa delle nazioni e della libertà, conquisterebbe 60 seggi, i conservatori e riformisti – a cui aderiscono i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni – 60.”

Come il quotidiano romano, tante altre testate mandano più o meno lo stesso messaggio: tranquilli, Salvini ha stravinto in Italia, ma a Strasburgo popolari, socialisti e liberali potranno continuare a fare il bello e il cattivo tempo. Davvero? In realtà, al di là delle percentuali, i segnali che arrivano ai tecnocrati di Bruxelles sono ben più che preoccupanti.

Macron è crollato, la Le Pen ha vinto le elezioni e si candida a guidare il Paese. Addio Unione a trazione franco-tedesca, ciao ciao al trattato di Aquisgrana. In Gran Bretagna Farage e i partiti pro-Brexit non hanno vinto, hanno fatto cappotto. Arrivederci Bruxelles, anzi Auf Wiedersehen! Non parliamo di Orban che in Ungheria ha sfondato il 50% dei consensi. Perciò sì, è vero, in Europa i partiti populisti ancora non sono decisivi in termini di seggi, ma crescono in tutti i Paesi più determinanti per l’Unione. Il resto è conversazione post elettorale.

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