È dall’inizio della pandemia che i governi e le banche centrali – scriveva sabato il fondatore di questo blog, Ernesto Preatoni, sulle pagine di Libero – insistono in un esercizio assai rischioso. Gli Stati hanno compensato i danni prodotti dal Covid-19 o, meglio, dai lockdown imposti per combattere il virus, con una serie di misure che hanno fatto esplodere il debito pubblico. La nostra economia, la prima in Occidente ad essere colpita dalla pandemia, già prima del virus era considerata a rischio sul piano fiscale, dato l’enorme debito pubblico accumulato, pari al 135% del Pil: questo valore potrebbe arrivare al 160% entro fine anno.

Per l’Italia ci sono tre grandi categorie di investitori in titoli di Stato tricolori, spiegava Preatoni: i piccoli risparmiatori, che tifano per il nostro Paese, i grandi fondi, allettati dai rendimenti e la Bce, che, per evitare che la fiducia venga a mancare, con le ultime emissioni è arrivata ad assorbire quasi il 25% del nuovo debito. Tutto questo denaro è stato utilizzato da Roma per pagare la cassa integrazione a fronte della quale è stato imposto il blocco delle assunzioni e gli ammortizzatori sociali per i liberi professionisti e le aziende in crisi a causa della pandemia.

Le politiche di sostegno delle banche centrali hanno generato un secondo fenomeno, sulle Borse, che è stato oggetto, a metà settembre, di un’interessante analisi di Vito Lops sulle pagine del Sole 24 Ore, in cui analizzava, l’andamento delle aziende “value”, ovvero quelle società che hanno un business consolidato, con una crescita stabile e lenta, e quelle “growth”, cioè le società con alto potenziale di crescita, ma che possono anche avere un andamento altalenante.

 “Dallo scontro al momento ne sta uscendo con le ossa rotta lo stile del “value investing”. Stando a una ricerca di BofA il Covid-19 ha trascinato i ritorni di questa strategia sui livelli più bassi di sempre. Tanto che negli ultimi 10 anni le azioni growth hanno sovraperformato le value in media del 6% annuo. Non si ricorda un periodo peggiore, neppure ai tempi della Grande depressione degli anni ’30. Se si osserva il duello nel complesso da inizio secolo il value resta in vantaggio, del 4,9% annuo in più. Ma se si restringe il focus agli ultimi anni è il growth a fare la voce grossa – scrive Lops –. Basti pensare che dal 2007 le azioni value si sono apprezzate in media appena del 2%. Mentre le concorrenti categoria “growth” sono cresciute del 152%. Il confronto è stravinto dalla categoria growth anche se si inserisce nella performance il pezzo forte dei titoli value, ovvero i dividendi. Calcolando gli utili distribuiti e ipotizzato che il risparmiatore li abbia nel frattempo reinvestiti sullo stesso titolo l’indice mondiale dei titoli value ha generato una performance del 64% dal 2007. Mentre il “fratello growth” è cresciuto del 220%.”

“Gli investitori apprezzano ciò che è innovativo ma sottovalutano i rischi connessi al quadro regolamentare. Le cinque più grandi aziende “growth” sui listini Usa rappresentano, in termini di peso, il 25% della Borsa di New York, sono colossi cresciuti in assenza di regole. Cosa succederà se Biden, dovesse vincere le elezioni decidere di regolamentare il settore? Gli investitori, inoltre, sanno che le Borse sono sui massimi, ma si illudono che la liquidabilità dei titoli permetterà loro di liberarsene furbescamente prima che gli indici crollino. I bilanci degli Stati, la sostenibilità degli interventi pubblici e i valori delle Borse si reggono su un castello di carta, poggiato sulle politiche delle banche centrali. Se però il meccanismo dovesse incepparsi – se la Bce ad esempio dovesse smettere di comprare Btp – l’economia globale imploderebbe nel giro di un secondo – conclude Preatoni –. A pagare il conto più caro sarebbero, a questo punto, tutti quei soggetti che fino ad ora sono rimasti a galla grazie alle misure di sostegno dello Stato, che non avrebbero più alcun salvagente. I governi – soprattutto il nostro – devono tornare a pensare a misure per far ripartire l’economia e la domanda interna, non a pannicelli assistenziali.”

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