Il Sole 24 Ore, oggi ha fatto una scoperta bellissima: se abbiamo dei famigliari a carico, i nostri soldi per lo Stato hanno un valore, diverso, ai fini fiscali a seconda della fonte di reddito. Manco a dirlo: i più penalizzati sono gli imprenditori e le partite Iva. Se la passano un filo meglio pensionati e dipendenti. Per tutti, però, l’imposizione fiscale è elevatissima.

Il quotidiano di Confindustria oggi, a pagina 3, scopre che “la famiglia fa impazzire l’Irpef”. In un bel articolo, firmato da Marco Mobili e Gianni Trovati, il giornale racconta che “Per il fisco italiano 20mila euro di reddito prodotti da un professionista o un autonomo in genere possono valere fino a 106 volte di più degli stessi 20mila euro guadagnati da un lavoratore dipendente. E preziosissimi, agli occhi dello stesso Fisco, sono anche i 20mila euro ricevuti da un pensionato: valgono il 20% in meno di quelli dell’autonomo, ma pesano 84 volte tanto quelli del dipendente. Almeno a giudicare dal conto delle tasse. Con 20mila euro di reddito e due figli a carico, l’Irpef chiede al dipendente 16,8 euro, con un’aliquota effettiva dello 0,1%, mentre pretende 1.421 euro dal pensionato e 1.786 euro dall’autonomo. Cioè, appunto, 106 volte in più.”

Correggi di qua e forfettizza di là, l’idea della “curva” Irpef, che dovrebbe garantire la progressività dell’imposta prevista in Costituzione, rimane ormai confinata nei capitoli teorici dei manuali di scienza delle finanze, spiegano Mobili e Trovati. “Nella pratica quotidiana invece il fisco sui redditi è una lotteria – aggiunge Il Sole –, un «suk» per dirla con l’ex viceministro all’Economia Enrico Zanetti, in cui è impossibile ricostruire una razionalità nei numeri che escono dal bussolotto dell’Irpef.”

Non è finita qui: secondo i calcoli dell’Ufficio parlamentare di bilancio, per esempio, lo scalone creato fra gli autonomi dal forfait produce una «trappola» che fa perdere 5.900 euro di reddito disponibile a chi si arrischiasse a dichiarare un solo euro in più rispetto alla soglia dei 65mila euro. “Un altro paradosso è quello delle famiglie a reddito misto, che hanno diritto agli assegni famigliari solo se dal lavoro dipendente arriva almeno il 70% delle entrate – aggiunge ancora Il Sole –. Nei casi vicini a questo confine, basta una piccola variazione nella composizione dei redditi, per esempio per qualche fattura in più realizzata dal coniuge lavoratore autonomo, per perdere il diritto all’assegno: anche qui, l’aliquota marginale su quella fattura supererebbe di parecchio il 100 per cento.”

Morale della favola: l’attuale sistema Irpef è ben lontano da garantire quella redistribuzione equa della ricchezza che sarebbe prevista persino dalla Costituzione.

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailfacebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail