C’è un bel libro, pubblicato dal fondatore di questo blog, Ernesto Preatoni, qualche tempo fa: si intitola “Non regalatemi una banca, salvo che…” In quel libro Preatoni esprimeva, senza troppi giri di parole, una sacrosanta verità: il vecchio business delle altrettanto vecchie banche commerciali italiane è morto. Gli istituti sono troppo grandi, hanno troppi dipendenti e troppi vincoli in termini di capitale. In più devono fare i conti con un nuovo modello di banche – quelle online – che hanno costi ridotti e la capacità di svolgere la stessa funzione senza sportelli fisici. I vecchi istituti italiani, secondo Preatoni, non valgono più nulla.

Quel libro, ovviamente, quando uscì scateno un’infinità di polemiche. Come ci si poteva permettere di dire che le banche non valgono più niente. Era ovvio che si trattata di fandonie del solito imprenditore prestato all’economia. E infatti oggi, sui giornali, in prima pagina, c’è un governo giallo – rosso che si trova a dover dirimere una questione non proprio di secondo piano: il fallimento della Banca Popolare di Bari. Che le voci relative a difficoltà all’interno dell’istituto si rincorressero da tempo, era cosa nota. Che la situazione fosse così grave, quello no, non l’aveva previsto nessuno.

La cosa più divertente, però, è che a Roma hanno pensato bene di risolvere la questione così come, alcuni anni fa, proprio Preatoni – scatenando un’altra raffica di polemiche – aveva proposto: ovvero che lo Stato entrasse nel capitale degli Istituti in difficoltà, li risanasse e poi li rivendesse sul mercato. È accaduto con Mps e sta per accadere di nuovo con la Bari. Peraltro non diversamente da quanto in Germania – senza vergognarsene neanche un po’ – hanno deciso di fare con la Nord Lb, altra banca locale fallita (chissà se la Vestager di turno userà due pesi e due misure differenti sulle due questioni, che sono uguali).

Ultimo punto della vicenda. Sarà interessante vedere come saranno trattati i 70mila piccoli soci della banca popolare del Sud, che sono in gran parte clienti dell’istituto oltre che piccoli risparmiatori. Parliamo di 60mila soci privati, l’85% dei quali è entrato nell’azionariato negli ultimi 18 anni: nel 2016 ciascuna delle azioni che detenevano – e che oggi non vale più niente – era valutata quasi 10 euro l’una.

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