Berlino è sempre pronta a rimproverare tutti i partner dell’euro per le loro (vere o presunte) debolezze. Con i guai di casa propria però è tollerante. Lo dimostra quello che sta accadendo con le banche. A quelle italiane, greche e di Cipro è stato imposto di fallire mettendo in crisi l’economia e bruciando la ricchezza di migliaia di risparmiatori. Nessun problema se invece il problema si presenta a Berlino. La spesa del governo tedesco per le sue banche è infatti spaventosa. Risulta che in otto anni il fondo salva banche allestito nel 2008 dalla cancelliera Merkel ha cumulato perdite per 22,5 miliardi. Il fondo resterà in vita fino al termine del prossimo anno. Solo alla fine si conosceranno le dimensioni del buco che, comunque si annuncia molto più vasto di quello accumulato da italiani, greci e ciprioti. La perdita record cumulata finora è stata realizzata a valere su un sostegno altrettanto gigantesco: 197 miliardi (7,2% del Pil) fra aumenti di capitale e sterilizzazione dei titoli tossici. L’intervento sale a 465 miliardi (17% del Pil) sommando anche le garanzie e la liquidità di sostegno. Si tratta di salassi importanti che, in qualche modo, riscattano le nostre banche. Diciamo che, in generale quelle tedesche sono state gestite peggio. Ma poi siamo noi a passare per i veri sabotatori dell’euro. La differenza vera, in realtà, consiste nella velocità di reazione: già all’indomani del crack di Lehman (settembre 2008) il governo di Berlino ha realizzato la cintura di sicurezza. L’Italia, invece si è mossa in ritardo. Quando ormai era in funzione la regola che mette a carico dei risparmiatori il salvataggio delle banche. La tempestività dell’intervento tedesco ha consentito di rendere relativo anche il fattore temporale. Così, per esempio, nessuno ha protestato per il pronto soccorso da tre miliardi elargito alla Nordbank. Pur essendo arrivato fuori tempo massimo l’istituto di Amburgo ha potuto egualmente beneficiare dell’aiuto pubblico evitando guai ai soci. Nessuna pietà, invece, per i risparmiatori italiani che avevano investito in Mps e nelle quattro banche fallite nel 2015.

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