Qualche giorno fa, sulle pagine di economia del Corriere della Sera, il vicedirettore del giornale, Federico Fubini ha provato ad andare un po’ oltre i numeri ufficiali sulla disoccupazione. E cos’ha scoperto? Che in Italia, complice anche il Covid, ormai un lavoratore su quattro risulta disoccupato, mentre in Europa – che pare stare un filo meglio – la disoccupazione reale sarebbe al 15%. Percentuali da spavento.

Dalle settimane precedenti la pandemia alla fine di marzo, scrive Fubini, l’economia italiana è crollata di circa il 7%. Quanto all’area euro, nel 2020 ha perso quasi 700 miliardi di euro di fatturato. Eppure guardando il tasso di disoccupazione ufficiale non lo si capirebbe. La quota di coloro che sono rimasti senza lavoro ma ne cercano uno è salita in Italia, ma in modo quasi impercettibile: lo 0,37% della manodopera ufficialmente presente. E anche in zona euro il tasso di disoccupazione è in rialzo di appena mezzo punto circa, all’8,16% attuale.

“Queste statistiche ufficiali delineano un ritratto realistico della situazione sociale oggi in Europa? Che la risposta non sia scontata lo segnala la dinamica degli Stati Uniti, dove Covid-19 ha affossato l’economia meno che nell’area Euro eppure apparentemente la disoccupazione è esplosa di più – spiega Fubini –. In poche settimane il tasso ufficiale dei senza lavoro è passato dal 3,5% al 14,8%. In parte lo si spiega perché negli Stati Uniti non esistono la cassa integrazione all’italiana o simili programmi europei disegnati per tenere il dipendente legato all’azienda grazie a sussidi pubblici, anche se il suo lavoro al momento non è richiesto. Ma forse c’è qualcos’altro. In recente discorso («Monetary autonomy in a globalised world») Fabio Panetta mostra che il tasso di disoccupazione nell’area euro a fine marzo scorso arrivava quasi al 15%, se si includono gli scoraggiati: coloro che fino a poco tempo fa avevano un posto e anche ora ne cercherebbero un altro, se solo pensassero di poterlo trovare. L’economista italiano – che siede nel comitato esecutivo della Banca centrale europea – stima anche che il tasso di disoccupazione dell’area euro a inizio primavera sarebbe del 18%, una volta inclusi tutti i cassaintegrati stabili.”

“Ora i numeri sembrano già più realistici: partita con più disoccupazione, avendo subito una recessione maggiore, l’Europa ha una quota di senza lavoro più alta degli Stati Uniti. Ma questo è ancora più vero dell’Italia, se si usano gli stessi dati e le stesse stime della Bce ma si aggiornano fino a marzo. Il tasso di disoccupazione reale nel nostro Paese è al 22%, inserendo nel conto i quasi tre milioni di lavoratori scoraggiati accanto ai 2,5 milioni persone oggi ufficialmente alla ricerca di un posto. E se si aggiungono anche i cassaintegrati stabili – ma non già contati fra i disoccupati – la quota di persone in Italia che non riescono a lavorare, pur volendolo, sale a oltre il 25%. In sostanza oggi nel Paese una persona su quattro si trova esclusa suo malgrado dagli uffici, dai negozi, dagli alberghi o dalle fabbriche dove si produce reddito e ci si guadagna da vivere. Un quarto del mondo del lavoro italiano è paralizzato o destabilizzato. Prima della pandemia quella quota arrivava già quasi al 20%, va detto – conclude Fubini –. Ma il passaggio di Covid-19 non ha fatto che rendere ancora più fragile il tessuto sociale, al punto che è già notevole che in questo anno le proteste nel Paese siano rimaste nel complesso così contenute. Per mantenere un grado accettabile di stabilità sociale, il prezzo pagato è stato un rapido aumento del debito del 25% del prodotto lordo. Ma la manovra per portare milioni di imprese fuori dal sonno profondo indotto dalla tutela di Stato sui loro debiti deve ancora iniziare. La strada della ripresa resta lunga. E piena di trappole.”

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