Ha un bel da dire l’ex ministro Padoan, quando si vanta del fatto che, coi precedenti governi, l’Italia avesse registrato ben 14 trimestri di – magra – crescita continuativa. La verità è che il nostro Paese è ormai da vent’anni che non cresce più. La timida ripresa che si era vista nel corso degli ultimi tre anni è stata, né più né meno, che il classico “rimbalzo del gatto morto”. La causa è la Germania che non spende e che pretende austerità nella Ue.

Cosa ha determinato la decrescita del Pil? Secondo il comunicato pubblicato dall’Istat “Dal lato della domanda, vi è un contributo negativo della componente nazionale (al lordo delle scorte) e un apporto positivo della componente estera netta”. Cosa significa? Ce lo spiega un bell’articolo di Giuseppe Liturri, pubblicato sulla testata online “Start Magazine”. Secondo l’autore il rallentamento del Pil sta interessando tutta l’Eurozona. In particolare, la Germania si sta ora rendendo conto che un surplus di bilancio pubblico di €60 miliardi è un freno all’economia. “Curiosamente – nota Liturri – il Regno Unito è uno dei pochi paesi la cui crescita per il 2019 non è stata tagliata dal Fondo Monetario Internazionale, essa è stata confermata al 1,4% per il 2018 ed al 1,5% per il 2019, e nel 2019 farà addirittura meglio della Germania.”

La situazione europea sarebbe il risultato di un’onda lunga partita quasi un anno fa, con il progressivo deteriorarsi del clima di fiducia da parte delle imprese in tutta l’Eurozona. “È necessario affrancarsi il più rapidamente possibile dal modello di politica economica che ne è alla base, fatto di rigore di bilancio, stagnazione della domanda interna, inflazione irrisoria, alta disoccupazione e quasi esclusiva attenzione verso le esportazioni – conclude Liturri –. Bisogna togliere i freni tuttora imposti dalla Ue ad un adeguato ruolo della politica fiscale e sfruttare finalmente le potenzialità del mercato interno dell’Unione che avrebbe dovuto essere la panacea soprattutto per proteggerci da eccessive oscillazioni della congiuntura internazionale, ma che non riesce ancora ad offrirci i benefici a lungo promessi e ci costringe invece a scrutinare con ansia i dati dei consumi di lande sperdute dall’altra parte del globo, nella speranza che non rallentino e ci mandino in recessione.”

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