La ripresa arriverà nel 2023. Ad affermarlo il Centro Studi Confindustria, raffreddando gli entusiasmi che aveva manifestato fino a poche settimane fa. Gli industriali si sono accorti finalmente che qualcosa non funziona. Nei giorni scorsi il governatore della Banca d’Italia ha spiegato che già alla fine di quest’anno le principali economie Ue riagguanteranno i livelli del 2008, cancellando gli effetti della crisi. Farà eccezione l’Italia, che invece avrà bisogno di molto più tempo. Ci vorranno almeno otto anni sostiene l’ufficio studi di Confindustria collocando la bandierina nel 2023. Per fare prima sarebbe necessario che la nostra economia crescesse al ritmo del 2,5% l’anno: un traguardo lontanissimo visto che nel 2015, se tutto andrà bene, avremo una crescita compresa fra lo 0,6 e lo 0,8%. Il problema di questo ritardo è da attribuire alle politiche di austerità legate all’appartenenza alla moneta unica. In altri tempi la svalutazione della lira avrebbe dato carburante allo sviluppo, ma oggi non è più possibile. A questo punto poniamoci la domanda più importante: come facciamo a combattere la disoccupazione che dovrebbe essere l’impegno principale di ogni democrazia? Suffragio universale e diritto al lavoro sono, infatti, concetti strettamente legati e per capirlo basta ricordare il primo articolo della Costituzione. La creazione di lavoro, quindi, dovrebbe essere anche il cardine cui agganciare tutta la costruzione europea. Invece non accade. Le politiche di austerità in corso hanno come obiettivo il rimborso del debito. Vuol dire che la rendita finanziaria è considerata più importante del lavoro. Non si tratta di essere estremisti radicali ma solo realisti. La pensa così anche Paolo Savona, che certo non può essere considerato un economista sovversivo. A proposito della Grecia scrive: “Se domani e dopodomani i capi di Stato e di governo europei non decideranno che il loro principale obiettivo è riassorbire la disoccupazione, prendendo adeguate decisioni comuni, non adempiranno al compito cui sono stati delegati e confermerebbero che l’Ue è un assetto istituzionale che non merita rispetto. La parole di Savona, che è stato anche ministro oltre che stretto collaboratore di Guido Carli, ci dicono in che mani siamo.

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