La tanto millantata ripresa globale millantata dai professoroni due anni fa? È già bell’e finita. E così i banchieri centrali, che avevano già iniziato chiudere i rubinetti del denaro stampato a tassi di interesse ridicolo – drogando così i mercati – sono stati costretti a tornare sui propri passi. Indietro Savoia! Fed e Bce prima di tutto si sono accorte che la ripresa è già finita e che alzare i tassi potrebbe essere ferale per le già provate economie di Usa e (soprattutto) Europa. L’Italia – da sempre vaso di coccio tra vasi di ferro – rischia di patire in maniera particolare le manovre incerte delle élite delle banche centrali.

“La Fed in particolare ha dovuto effettuare diversi passi indietro rispetto al programma di ulteriori aumenti dei tassi d’interesse – scrive Fedele De Novellis su Start Magazine –. Nel corso dell’ultima riunione è stata anticipata la possibilità di una pausa nella politica di riduzione dello stock di titoli nel portafoglio. Anche le aspettative di rialzi dei tassi si sono ridimensionate. È probabile che la Fed aspetterà per qualche mese, con l’obiettivo di monitorare la situazione economica; solo il superamento della fase di decelerazione dell’economia porterà a valutare nuovi aumenti. In queste condizioni, se lo scenario dovesse invece continuare a peggiorare, non andrebbe neanche esclusa l’eventualità che la Fed possa avere raggiunto il massimo della fase di rialzi, avviando un percorso di riduzione nella seconda metà dell’anno. Per la Bce la situazione è anche più difficile da gestire. Rispetto agli Stati Uniti il quadro macroeconomico dell’eurozona si sta rivelando decisamente più debole.”

È probabile, spiega ancora De Novellis, che la prossima tornata delle previsioni della banca centrale nel mese di marzo evidenzierà un’ampia revisione al ribasso rispetto allo scenario di dicembre. Di fatto l’abbandono dell’ipotesi di un primo rialzo dei tassi nei prossimi mesi è nello stato delle cose; inoltre, è probabile che si inizierà a approntare un piano per fornire liquidità alle banche attraverso un nuovo Tltro. L’Italia sta però mantenendo uno spread elevato, con tassi d’interesse a dieci anni che sfiorano il 3 per cento: “Di fatto, quindi, stiamo subendo le spinte sfavorevoli sulla crescita legate alla frenata della domanda internazionale, senza riuscire a beneficiare della contestuale caduta dei tassi d’interesse globali” conclude De Novellis.

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