Qualche giorno fa il quotidiano La Repubblica ha pubblicato un interessante intervento sul tema relativo alla guerra del vaccino che si sta giocando, in questi giorni, in Italia e in Europa. Secondo l’autore, Maurizio Ricci, la pandemia avrebbe dovuto essere l’occasione per lo sbarco alla grande di AstraZeneca in un settore da cui era sempre rimasta esclusa, quello dei vaccini, con il ritrovato antiCovid più economico, più facile da usare, destinato a diventare il vaccino base del futuro. Invece, per il gigante anglosvedese e ancor più per i suoi clienti si sta trasformando in un incubo. Soprattutto, i clienti sono piombati in una alternativa brutale. O i (pochi) vaccini disponibili vengono utilizzati per la seconda dose ai milioni di inglesi che hanno già ricevuto in massa la prima. O vengono dati ai milioni di europei che stanno ancora aspettando la prima dose e sono nel buio della terza ondata.

“Ci fosse tempo, la disputa tra Londra, Bruxelles e AstraZeneca si risolverebbe in tribunale. Perché Londra sta tentando di trasformarla in una sorta di cartina di tornasole delle credenziali del libero mercato e del sistema capitalistico. Per cui bloccare, in nome delle esigenze nazionali, le esportazioni di vaccini, come vuol fare Bruxelles, è un attentato protezionistico alla convivenza internazionale – scrive Ricci –. Arrivare allo stesso risultato, imponendo, invece, alle case produttrici contratti-capestro, per cui non possono esportare, fino a quando non sono state soddisfatte le esigenze interne, è efficiente e legittimo. Questo, infatti, dicono i contratti firmati da Londra non solo con AstraZeneca, ma con gli altri protagonisti dell’industria del vaccino. In un contratto firmato poco più di un mese fa con la Wockhardt, un’azienda specializzata nell’infialamento, si precisa che la ditta “garantirà forniture sufficienti a proteggere gli inglesi a lungo termine”.”

Il risultato del libero mercato nella versione inglese, come non si stancano di sottolineare i responsabili della Ue, è che, da dicembre, l’Europa ha messo a disposizione dei suoi cittadini solo 88 milioni di dosi di vaccino, ma ne ha esportate 77 milioni, di cui 21 milioni verso la Gran Bretagna che, in cambio, non ne ha esportata in Europa neanche una. La realtà geopolitica è, infatti, che la Ue, anche con le restrizioni appena messe in campo, è rimasto l’unico, fra i grandi produttori, ad esportare vaccini. Non ne esportano gli Stati Uniti, che non hanno mai fatto mistero del principio “America first”. Non lo fa la Cina. Ha appena bruscamente deciso di non farlo, sempre in nome delle esigenze nazionali, l’India. E, appunto, non lo ha fatto e continua a non farlo la Gran Bretagna: l’Europa arriva al “nazionalismo dei vaccini” non per prima, ma per ultima.

Il problema del nazionalismo dei vaccini, tuttavia, è che il sistema regge finché qualcuno – in questo caso l’Europa – si sottrae alla strategia e continua ad esportare. Perché l’industria dei vaccini, a livello mondiale, è sia estremamente concentrata, sia estremamente interconnessa. “In tutto, il Club del Vaccino è composto da 13 paesi, dove si concentra il 91 per cento delle sussidiarie dei giganti farmaceutici del settore: oltre ai cinque attori già nominati, Argentina, Australia, Brasile, Canada, Giappone, Corea, Russia e Svizzera. I tre quarti delle esportazioni di ingredienti per i vaccini fanno capo, comunque, a soli cinque paesi. Contemporaneamente, i paesi del Club del Vaccino sono, insieme, la fonte e la destinazione finale più importante del vaccini – conclude Ricci –. Se si guarda agli scambi commerciali in genere, in media ognuno dei 13 paesi acquisisce il 68 per cento delle proprie importazioni da qualcuno degli altri 12 del Club. Ma, nel caso delle partite di vaccini e dei loro ingredienti, questa quota interna al Club supera l’88 per cento. Vuol dire che se si interrompe la catena, diventa difficile per tutti produrre vaccini. Ma la buona volontà, fanno notare a Bruxelles, non può essere a senso unico.”

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