Domenica scorsa su Libero è apparso un bell’intervento di Antonio Socci, che ha analizzato la premessa, voluta da Mario Draghi, al documento “Piano nazionale di ripresa e resilienza” inviato dal nostro Governo a Bruxelles. In quel documento Draghi ammette, implicitamente, una verità che in pochi politici hanno avuto il coraggio di sostenere: negli ultimi vent’anni l’Euro (un marco svalutato) e le regole Ue (che non valgono per Francia e Germania) hanno fatto collassare la nostra economia.

Il Pnrr, al secolo Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, è il documento che il Governo ha inviato a Bruxelles per delineare la strategia decisa dal nostro Paese per spendere i denari Ue previsti dal Recovery Fund. Nell’introduzione del documento si trovano dei dati che, finora, avevano avuto il coraggio di presentare solo gli “euroscettici”. «Tra il 1999 e il 2019» scrive Draghi «il Pil in Italia è cresciuto in totale del 7,9%. Nello stesso periodo in Germania, Francia e Spagna l’aumento è stato rispettivamente del 30,2, del 32,4 e del 43,6%. Tra il 2005 e il 2019, il numero di persone sotto la soglia di povertà è salito dal 3,3% al 7,7% della popolazione – prima di aumentare ulteriormente nel 2020 fino al 9,4%». Una catastrofe economica e sociale.

“L’Italia aderì all’Ue e all’euro, negli anni Novanta, con la spensierata euforia prodiana e ulivista di chi è ammesso in un Club d’élite. Bettino Craxi si chiedeva perché si prospettavano «le delizie del Paradiso terrestre» quando era già evidente che sarebbe stato nella migliore delle ipotesi «un limbo, ma nella peggiore un inferno» – scrive Socci –. Oggi è Draghi stesso a riconoscere che, in questi vent’ anni, l’economia nazionale è collassata. Lui non parla di euro o Maastricht, ma mostra che prima eravamo una grande potenza industriale e poi ci è piombata addosso la notte.”

L’euro, secondo Socci, ha offerto alla Germania un marco svalutato e ha imposto all’Italia una moneta penalizzante, cosicché le esportazioni tedesche hanno fatto furore e la produzione italiana ha avuto una mazzata. Non solo. Abbiamo dovuto subire anche i parametri di Maastricht voluti dalla Germania, un’austerità devastante che in Italia è stata imposta in modo assai più gravoso e più rigoroso di altri paesi: ricordate tutte le polemiche per quello 0,4 per cento in più di deficit/Pil che era stato deciso dal governo Lega/M5S del 2018 e che l’Ue pretese di abbattere? Questo rigore europeo, che ha penalizzato l’economia italiana (e anche la sanità), non è stato applicato agli altri. Germania e Francia non si sono certo fatti imbrigliare dai parametri e li hanno tranquillamente superati pure Spagna e Portogallo, mentre l’Italia doveva sottostare a quel 3% di deficit.

“Da noi domina un «partito europeo» che preferisce «morire per Maastricht» piuttosto che battersi per gli interessi dell’Italia – conclude Socci –. Così «dal 2008 al 2017» secondo i calcoli di Fabio Dragoni «l’Italia ha cumulato un deficit/Pil complessivo del 32% circa. Il Portogallo intorno al 60%. La Spagna intorno al 70%. L’Irlanda quasi l’80%». Sono centinaia di miliardi che potevano significare, per gli italiani, molte meno tasse, più investimenti e occupazione, quindi più crescita (e anche più sanità). Del resto lo stesso Draghi, nel documento citato, individua una delle cause del collasso italiano nel «calo degli investimenti pubblici e privati» perché «nel ventennio 1999-2019 gli investimenti totali in Italia sono cresciuti del 66% a fronte del 118% della zona euro». Praticamente la metà. Draghi sa perché: ci è stato imposto di tagliare gli investimenti e anche tutto il resto. Lui stesso del resto firmò con Trichet la famosa «lettera della Bce» al governo Berlusconi del 2011 che prescriveva tagli pesanti e pareggio di bilancio. Eppure non c’era un problema di debito pubblico (come si può notare oggi che lo abbiamo fatto lievitare).”

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