L’Economia – il settimanale economico del Corriere della Sera – chiude il numero che va in edicola il venerdì della settimana precedente alla pubblicazione in edicola, il lunedì successivo. La redazione, quindi, non poteva sapere quale risultato sarebbe uscito dalle urne di domenica scorsa. L’intervento di Jean Pisani Ferry – il professore di economia considerato “la mente dietro a Macron” – però, alla luce della vittoria schiacciante registrata dai partiti sovranisti in alcuni Paesi della Ue, il suo intervento – pubblicato appunto sulle pagine dell’Economia in edicola lunedì scorso – appare oggi come un a sorta di grido disperato.

Nel suo articolo, intitolato “Combattere l’Euro? Una dannosa perdita di tempo”, Ferry scrive: “Alcuni dirigenti europei lasciano intendere che si possa contemporaneamente conservare la moneta unica e accettare compromessi col nazionalismo dilagante. Guidati dall’Olanda, gli otto Paesi che si oppongono a ogni vincolo di stabilizzazione comune del bilancio hanno palesemente imboccato quella strada. Ma l’euro senza l’Europa non rappresenta certo un progetto coerente. Non dimentichiamo che una valuta non è un semplice strumento per facilitare gli scambi commerciali e le transazioni finanziarie, la cui gestione può essere tranquillamente delegata a una banca centrale per non pensarci più. Una valuta comune rappresenta un costrutto sociale potente, che deve essere espressione di una comunità.”

Insomma: non pensiate di potervi tenere il mercato unico se votate Salvini e Le Pen. È però lo stesso professore, alla fine del suo intervento, a dover riconoscere che la moneta unica ha tre grandi punti di debolezza. “La prima è economica – scrive Pisani-Ferry –: la crisi ha spaccato in due la zona euro, tra una metà prospera che oggi conosce la piena occupazione, e l’altra, dove la crescita è incerta e la disoccupazione sfiora livelli preoccupanti.” La seconda debolezza è invece, secondo il professore, di natura politica: se nel 2011 alcuni dirigenti della zona euro condividevano in linea generale la stessa visione sul futuro dell’Unione, oggi essi appaiono divisi e anche i loro popoli lo sono. La terza vulnerabilità sarebbe infine di natura internazionale: “Nel 2011 – 2012 i nostri partner – Hu Jintao a Pechino, Brack Obama a Washington, David Cameron a Londra – hanno aiutato gli europei a salvare l’euro. Poco importa se per amicizia o per timore: ciò che conta è che l’abbiano fatto. Ma siamo sicuri che Xi Jinping, Donald Trump e un domani Boris Johnson agiranno allo stesso modo?”

Chi può dirlo, caro professore, speriamo di no.

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