Apriamo la settimana con una nuova lettera che riceviamo e pubblichiamo.

Ce la manda Serena, fisioterapista di Milano, che ci racconta come nel periodo del lockdown il suo studio non abbia prodotto un euro e, soprattutto, come il fatturato non sia mai tornato ai livelli pre-crisi, mentre le tasse quelle a giugno le ha dovute pagare care e tutte. E ora si domanda come farà a far fronte agli anticipi. Ma Gualtieri e soci non dovevano abbassare le tasse?

Mi chiamo Serena,

scrivo a Un’Europa Diversa per raccontare la mia storia. Ho 41 anni, da quindici anni faccio la fisioterapista. Ho iniziato nel 2005, collaborando con vari studi a Milano e nell’hinterland. I primi anni li ho passati a spendere gran parte di quello che guadagnavo in benzina, biglietti della metro e corsi di aggiornamento. Un po’ per volta sono riuscita a costruirmi un giro di clienti e, quattro anni fa, ad affittare uno spazio dove oggi ho il mio studio.

Faccio un lavoro che ti obbliga a un sacco di spese: devi avere un’assicurazione, gli strumenti costano molti soldi, i corsi di aggiornamento costano molti soldi, le tasse ci distruggono. Nonostante questo avevo trovato un discreto equilibrio nella mia vita lavorativa. Sono una donna sola e sono riuscita a costruirmi una vita indipendente e di questo sono fiera.

Volete sapere com’è cambiata questa mia vita col Covid? Semplicemente a marzo e ad aprile non ho guadagnato un euro. Mi sono dovuta costringere – a maggio – a richiamare tutti quei pazienti che di solito mi pagavano al raggiungimento del decimo trattamento per chiedere loro di saldarmi quanto avevano in sospeso, perché non mi era letteralmente rimasto più niente per fare la spesa. A maggio ho riaperto lo studio, anche qui spendendo altro denaro per dotarmi di una serie di strumenti che permettono di igienizzare tutto il locale e le superfici tra un paziente e l’altro.

A maggio ho fatturato il 40% di quello che ero abituata a fatturare. A giugno e a luglio ho lavorato un po’ di più, ma sono mesi estivi e i pazienti non fanno certo la coda. Ad agosto – per la totale mancanza di clientela ho chiuso – e a posso stimare il calo settembre 2020 su settembre 2019 in un buon 50%.

Oggi ho due grandi paure: il lockdown e le tasse. Il lockdown perché un’altra chiusura totale non la reggerei, dovrei chiudere serranda, buttare 15 anni di sacrifici e mettermi a fare non so cosa. Questo è l’unico mestiere che conosco. Le tasse perché a giugno, da brava cittadina che si è sempre imposta di fatturare tutto fino all’ultimo euro, ho pagato uno sproposito di tasse. E il commercialista mi ha appena avvisato che presto dovrò far fronte agli anticipi sul prossimo anno.

Ma scherziamo? Da quello che mi ha spiegato – alla luce del calo del fatturato – potrò pagare meno di quanto avrei dovuto in tempi normali, ma questa cosa mi fa comunque andare in bestia. Ma il governo non continua ad annunciare che taglierà le tasse? E allora perché non lo fanno? Chi lavora da una vita, come me, non ce la fa più.

C’è una terza cosa che mi spaventa da morire: i racconti dei pazienti. Molti di loro mi raccontano che rischiano di restare senza lavoro, oppure che il compagno o la compagna l’hanno perso. Credo che sia questo il motivo per cui anche il numero di pazienti che tratto diminuisce. Questo Covid ci sta rendendo tutti poveri.

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