C’è una paura che insegue – soprattutto negli Stati Uniti e in Europa – governanti e Presidenti delle Banche Centrali. La grande paura è che – con la fine del Covid – alla normalità non si torni. Che, finite le moratorie, le aziende più deboli – tenute a galla, nel corso della crisi, dagli incentivi statali – saltino, facendo morire migliaia di posti di lavoro. Il rischio è che migliaia di famiglie non siano più in grado di pagare affitti, mutui e spesa settimanale, avviando una crisi paragonabile a quella del 2008. Rispetto ad allora, però, c’è una brutta variabile all’orizzonte: l’inflazione.

Nelle ultime settimane, lo avrete notato, abbiamo pubblicato più di un intervento dedicato all’inflazione, un fenomeno sparito, per molti anni, dai radar di consumatori e investitori. Adesso una serie di indicatori – in Cina e Usa, soprattutto, ma anche in Europa – iniziano a far pensare che una fiammata in termini di rialzo dei prezzi stia per arrivare. Perché ne parliamo così tanto? E perché fa così paura?

Chi ricorda la crisi del 2008 sa che quella crisi nacque da mutui subprime (carta straccia) erogati a chi non poteva permettersi di sostenere le rate dei prestiti sottoscritti (è un po’ più complicata di così, in realtà: di mezzo ci fu, proprio nel 2008, il rialzo dei tassi di interesse: traseat). Il rischio che attraversano ora le economie globali – l’Italia è tra le prime – è che prestiti erogati in maniera più attenta di quanto non venne fatto quindici anni fa negli Usa, siano comunque oggetto di default. Giù perché, anche se le banche italiane hanno fatto bene i compiti a casa, nessuno poteva aspettarsi il Covid e nemmeno la quantità di esercizi commerciali falliti, le aziende a rischio e i posti di lavoro che rischiano di andare persi. E saltano i posti di lavoro, rischiano anche di saltare i debitori che oggi riescono a pagare diligentemente le rate.

Subito dopo l’inizio della Grande Crisi del 2008 la Fed, prima, e le altre grandi Banche Centrali si inventarono una soluzione: il quantitative easing, o, per dirla in maniera più semplice, iniziarono a battere moneta inondando i mercati, con la speranza che parte di questo fiume di denaro arrivasse ai consumatori. Funzionò a metà: l’intervento servì, se non altro a evitare che Paesi come il nostro facessero default e a trainare, almeno in parte, l’economia globale fuori dalle secche.

Tutto questo denaro a basso costo, però, che, di fatto aumentò e aumenta ancora la distanza tra ricchi e poveri, iniziò però a gonfiare una bolla sui mercati che ora rischia di riflettersi proprio sui prezzi di alcuni beni che sono fondamentali per la ripartenza delle economie, come le materie prime. Ora il grande dilemma di chi governa e di chi deve indirizzare le scelte delle grandi banche centrali è il seguente: nel 2008 ne siamo usciti stampando denaro. Ora, che si prospetta una fiammata inflazionistica che rischia di mangiarsi i salari i governatori delle banche centrali dovrebbero alzare i tassi. Ma cosa accadrebbe se scegliessero il timing sbagliato e lo facessero proprio in concomitanza con una massiccia perdita di posti di lavoro? Non rischierebbero di affossare il Pil, dopo quasi due anni di crisi economica innescata dal Covid? E se, invece, decidessero di non alzare i tassi e i prezzi andassero fuori controllo?

È un dilemma su cui stanno ragionando in molti in queste settimane. E, per ora, nessuno ha la risposta.

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