Quattro milioni di Italiani, nei mesi scorsi, avevano ricevuto una busta arancione. Per molti di loro quella missiva aveva rappresentato una spiacevole doccia gelata: nella lettera dell’Inps erano infatti riportati i contributi versati, gli anni necessari per maturate la pensione e l’importo dell’assegno. Un brutto bagno di realtà ma utile, soprattutto per far comprendere ai giovani la necessità di costruirsi una pensione complementare per rendere “decente” il trattamento pensionistico futuro. Adesso questo strumento che – diciamolo – ai politici, soprattutto a quelli dei governi passati, ha sempre fatto paura, è stato cancellato per pagare i consiglieri Inps.

Come raccontava ieri Alessandro Barbera – sul quotidiano La Stampa – la busta arancione “era già stata boicottata dalla maggioranza nella scorsa legislatura, ma nonostante tutto era andata avanti. Qualcuno era preoccupato per gli effetti nelle urne, altri volevano punire l’attivismo del presidente Inps, che di quelle lettere aveva fatto una questione di principio. Nonostante l’addio imminente di Tito Boeri nel bilancio Inps c’erano ancora 700 mila euro pronti per far partire una nuova ondata di lettere a febbraio. Ora il decreto sul reddito di cittadinanza taglia definitivamente quei fondi: serviranno a pagare lo stipendio dei cinque consiglieri di amministrazione dell’Istituto voluto dal governo gialloverde.”

C’è di peggio perché gli emolumenti del nuovo Cda dell’Inps, secondo Barbera, non arriveranno solo dai risparmi sull’invio delle buste ma anche dal taglio “di tutta la corrispondenza che viene inviata a lavoratori, invalidi e pensionati”. Probabilmente si tratta di una svista – dovuta alla velocità con cui il Governo ha scritto il Decreto Dignità – fatto sta che, per come stanno le cose, l’Istituto Nazionale per la previdenza sociale sta dando un brutto segnale: cancella uno strumento utile per i lavoratori, soprattutto per i più giovani, per pagare gli stipendi dei propri vertici.

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