Il quotidiano La Repubblica qualche giorno fa ha pubblicato un bell’intervento di Maurizio Ricci, dal titolo “Coronavirus, la puntura di spillo che rischia di far esplodere la bolla finanziaria globale.” La pandemia sta determinando minori esportazioni e un crollo delle importazioni, dalle materie prime, al petrolio, alle derrate alimentari. Per un’economia globale che ha chiuso, nel 2019, uno degli anni peggiori del decennio e già si avvia ad un 2020 tutt’altro che brillante, è una mazzata. Per l’Europa e l’Italia, in bilico sulla stagnazione, come dicono gli ultimi dati, e grandi esportatori in Cina, un motivo di allarme.

“L’esplosione del coronavirus di Wuhan ha diffuso il contagio non solo ai quattro capi del mondo, ma anche ai quattro capi dell’economia, facendo smottare le Borse – che chiudono la settimana tutte in perdita fra l’1 e il 2 per cento – e rinviando analisti e operatori davanti alla palla di vetro. Con la Cina blindata e isolata, a Wall Street c’è già chi prevede un calo degli indici del 10 per cento, più o meno come ai tempi della epidemia della  Sars, nel 2003 – scrive Ricci -. Il recupero, si dice, potrebbe essere altrettanto veloce: dipende da quanto dura l’emergenza. Ma, forse, non è solo un problema di durata. C’è, infatti, anche chi si preoccupa molto di più: il mondo non è più quello del 2003, soprattutto non lo è la Cina e la finanza è molto meno solida del 2003. Siamo su un terreno ignoto.”

Prima che sull’economia, secondo Ricci, l’impatto dell’epidemia lo potremmo vedere sulla finanza, con il rischio di effetto panico e valanga, anche sull’economia reale. Il punto è che, questa volta, i mercati azionari, in testa quelli americani, pompati dalla liquidità facile delle banche centrali, sono forse già allo stato di bolla, pronta a scoppiare. Qualcuno sembra esserne già convinto. Nell’ultimo mese, i rendimenti sui titoli del Tesoro Usa a dieci anni sono crollati del 17 per cento, segno che i prezzi sono schizzati di altrettanto verso l’alto per la domanda di investitori che abbandonano l’azionario per la sicurezza del reddito fisso.

“Del resto – conclude Ricci –, i dati che macinano gli analisti sono allarmanti. Oggi, il valore d’impresa della crema delle aziende americane (l’Enterprise value è, sostanzialmente, il prezzo a cui, in base a capitalizzazione in borsa più debiti, potrebbero essere vendute) è pari a 3,6 volte il fatturato: quando scoppiò la bolla delle dot.com era la metà. E il parametro più noto, il price/earning (è il rapporto fra il prezzo di un’azione e la quota di profitti aziendali a cui sarebbe intitolata) è anch’esso largamente fuori quadro. Normalmente, questo rapporto è 16. Oggi è 25. Segno che il gap fra il valore in Borsa di un’azienda e i profitti che dovrebbero giustificarlo è sempre più largo. Se è una bolla, il coronavirus è la puntura di spillo che potrebbe farla esplodere.

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