Il fondatore di questo blog, Ernesto Preatoni,  sabato scorso, sulle pagine di Libero, ha pubblicato un editoriale dedicato al fatto che, per ottenere i fondi europei del Recovery, l’Italia si sarebbe impegnata con l’Europa a ridurre il carico di tasse non pagate di 12 miliardi (su 87) entro il 2026. Come? Con una bella cura da cavallo, fatta di ulteriori intrusioni nella privacy dei contribuenti, multe per chi non accetta le carte di credito e soprattutto accertamenti a go-go sulle partite Iva. È arrivata la Troika, anche se non si vede. Ecco un estratto dell’intervento.

“È di circa 12 miliardi, su quasi 90 di tasse dovute e non pagate, l’obiettivo di riduzione dell’evasione fissato dal Recovery plan italiano per il 2026 – scriveva la scorsa settimana Il Fatto Quotidiano –. La cifra emerge dalle quasi 2.500 pagine – tra Pnrr e schede tecniche – inviate a Bruxelles il 30 aprile. Nell’allegato che dettaglia tappe e obiettivi delle riforme, il governo Draghi si impegna con la Commissione europea a far calare del 15%, entro la fine del 2026 e rispetto ai dati del 2019, la cosiddetta ‘propensione a evadere’. Cioè la differenza tra il gettito che l’erario incasserebbe in un mondo di contribuenti onesti e quello effettivo. L’ultima Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva stima che nel 2018, ultimo anno disponibile, il gap tra imposte attese (al netto dei contributi) e incassi fosse del 29%, pari a 87 miliardi: ridurlo del 15% significa portarlo, nell’arco di cinque anni, intorno al 25%, a 75 miliardi.”

Come al solito le richieste che arrivano dall’Europa si scontrano quasi sempre con il buon senso. Buon senso che potrebbe invece stare nelle parole – avrei voluto citarle una per una, ma confesso di non riuscire a recuperare l’intervista che fece, in video – del sociologo Giuseppe De Rita, che qualche tempo fa, nel corso del programma “Quante Storie” su Rai 3, alla domanda “Come sarà la ripresa dopo il Covid?”, spiegò che la velocità di ripresa del Paese sarebbe stata legate alla capacità dell’Italia di tollerare il sommerso.

A me pare che si stia andando nella direzione opposta, sia in termini di regolamentazione europea, sia in termini di opinione pubblica. E che così facendo rischiamo di inceppare un labile equilibrio che ha permesso a intere famiglie di sopravvivere. Signori, piaccia o non piaccia, il Paese è questo e non saranno le dichiarazioni di quattro burocrati da strapazzo a cambiarlo. Viviamo, come scriveva Federico Fubini, lunedì scorso, sull’Economia del Corriere, in un Paese dove un lavoratore su quattro – al netto di eventuali ammortizzatori sociali – è a piedi. Non produce. Partita con più disoccupazione degli Usa, avendo subito una recessione maggiore, l’Europa, secondo Fubini, ha una quota di senza lavoro più alta degli Stati Uniti. Ma questo è ancora più vero dell’Italia, se si usano gli stessi dati e le stesse stime della Bce ma si aggiornano fino a marzo. Il tasso di disoccupazione reale nel nostro Paese è al 22%, inserendo nel conto i quasi tre milioni di lavoratori scoraggiati accanto ai 2,5 milioni persone oggi ufficialmente alla ricerca di un posto. E se si aggiungono anche i cassaintegrati stabili – ma non già contati fra i disoccupati – la quota di persone in Italia che non riescono a lavorare, pur volendolo, sale a oltre il 25%. In sostanza oggi nel Paese una persona su quattro si trova esclusa suo malgrado dagli uffici, dai negozi, dagli alberghi o dalle fabbriche dove si produce reddito e ci si guadagna da vivere.”

In un Paese normale che si rendesse conto che il 25% della forza lavoro è sostanzialmente inattivo prima di tutto ci si preoccuperebbe della tenuta sociale della nazione. Poi si andrebbe a Bruxelles, dicendo: “Signori, la caccia ai soldi la facciamo un’altra volta, ci ha già provato Monti e abbiamo visto com’è andata a finire. E poi, questa volta, si rischia la rivoluzione”. In Italia no, ci si cosparge il capo di cenere e si ricorda a noi stessi quanto siamo arretrati a tollerare “il nero” che, diciamolo chiaramente, ha permesso a più di una famiglia di sopravvivere nell’ultimo anno.

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