Pubblichiamo integralmente un lungo articolo – uscito sabato sulla prima pagina del quotidiano Libero – in cui il fondatore di questo blog, Ernesto Preatoni, ha esposto la sua opinione, fuori dal coro, sul caso Ilva. Si tratta di un pezzo che ha fatto grande scalpore e che sarà oggetto, questo pomeriggio, di un’interessante intervista nel corso del “Mix delle cinque” su Radio Rai 1, condotto da Giovanni Minoli

A costo di scatenare la solita folla di perbenisti, voglio fare una domanda a chi oggi sta tentando di chiudere il recinto dell’Ilva di Taranto dopo che ArcelorMittal è già scappata: perché abbiamo estromesso il Riva dalla proprietà dell’impianto?

I Riva vengono riconosciuti come grandi imprenditori nel settore dell’acciaio non solo in Italia, ma in Europa e in tutto il mondo. Posso dire di aver conosciuto personalmente Emilio Riva: sono nato a due chilometri dal primo impianto realizzato da Emilio, a Caronno Pertusella, e lo ricordo come un imprenditore non solo avveduto, ma capace di grandi intuizioni e di visione del futuro.

Un ricordo, il mio, molto diverso dalla storia raccontata dai giornaloni mainstream quando raccontano dei Riva che erano diventati proprietari dell’Ilva a metà degli anni ’90 e avevano gestito la fabbrica fino al 2012 quando vengono accusati dalla magistratura di “disastro ambientale” per il quale viene disposto il sequestro preventivo, senza facoltà d’uso, degli impianti dell’area a caldo dell’Ilva.

Da quel momento in poi, per i Riva e per l’Ilva, inizia un calvario. Proprio questa settimana, mentre ArcelorMittal recede, la Procura di Milano chiede l’archiviazione del fascicolo contenitore, da cui sono nate le varie indagini sui Riva e sui professionisti che li hanno assistiti nelle vicende che riguardano il Gruppo un tempo proprietario del polo siderurgico.

Facciamo la somma degli addendi: abbiamo cacciato la vecchia proprietà di imprenditori italiani che garntiva le forniture e la competitività dell’industria nazionale. Abbiamo dato la fabbrica a una multinazionale che prima se l’è presa, con l’impegno di investire per risanare impianti e territorio, e poi, dopo pochi mesi, ha deciso di lasciare. Se ne vanno, dicono, perché il polo sarebbe impossibile da gestire in assenza di uno scudo legale: i maligni pensano che in realtà Arcelor abbia deciso di abbandonare l’Ilva alla luce del ciclo negativo globale dell’acciaio.

Non investire significa risparmiare e, come scriveva il Foglio qualche giorno fa, nel caso in cui ArcelorMittal, alla fine, davvero, non desse seguito all’acquisto dello stabilimento ex-Ilva a Taranto, il mercato dell’acciaio europeo ne beneficerebbe enormemente. “L’abbattimento della capacità produttiva complessiva sarebbe del 5-6 per cento, una metaforica boccata d’ossigeno, in grado di riequilibrare un settore in cui negli ultimi nove mesi la produzione è calata del 3 per cento.” Non a caso la Borsa di Amsterdam, dove ArcelorMittal è quotata, ha festeggiato la notizia, facendo salire di oltre il 6% il valore delle azioni del colosso dell’acciaio.

I Riva sono stati cacciati perché l’Ilva inquinava. L’Ilva ha inquinato con la vecchia proprietà, ha inquinato coi commissari e avrebbe inquinato con ArcelorMittal. Volevamo obbligare i Riva a fare le coperture sui depositi di minerali, che i nuovi padroni avevano iniziato ad allestire? Benissimo. Volevamo obbligare i Riva a risanare il territorio e provvedere a ulteriori misure a favore di Taranto? Ancora meglio. C’è peraltro una parola che non è mai stata spesa a favore di Emilio Riva: io credo che da imprenditore vecchio stampo – che credo abbia avuto una sola mancanza, ovvero non comprendere l’importanza di una volta nella direzione di un impegno verso la responsabilità sociale e ambientale dell’Ilva – non si sarebbe sottratto alla sfida di un risanamento dell’impianto e del territorio.

Sono il primo a pensare che il lavoro non si debba pagare con i morti, ma non sono stati certo i Riva a costruire l’Ilva troppo vicina a Taranto. Perché abbiamo voluto consegnare il più importante polo industriale dell’acciaio in Europa a una multinazionale che avrebbe guadagnato sia gestendolo, sia chiudendolo? Il bel risultato che abbiamo raggiunto è che oggi il Paese rischia migliaia di posti di lavoro e oltre un punto del Pil, a Taranto le persone continuano ad ammalarsi, mentre Emilio Riva, a 88 anni, a propria volta si è ammalato ed è morto nel bel mezzo della tempesta giudiziaria che lo aveva investito. Siamo stati proprio bravi.

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