Sabato scorso il quotidiano La Repubblica ha pubblicato un’interessante inchiesta di Paolo Griseri, dedicata alla crisi economica che si è ormai abbattuta sull’Italia. Il governo ha scelto di dedicare 55 miliardi a una manovra “difensiva”, che cercherà di preservare il lavoro che esiste, ma non ci sono paracadute per precari e lavoratori sommersi. Manca, soprattutto, un piano per il rilancio.

I problemi sono due, secondo Griseri: i soldi e il tempo. “Tania Scacchetti segue il mercato del lavoro nella segreteria della Cgil nazionale- scrive il giornalista di Repubblica –. Riassume: «La manovra da 55 miliardi approvata dal governo ha l’obiettivo di salvare per queste settimane tutto il lavoro che c’era prima della crisi. Quello che tutti si chiedono è che cosa accadrà dopo, quando l’effetto della cassa integrazione svanirà. Chi ha cominciato la cassa a fine febbraio, alla chiusura delle prime aziende terminerà le 18 settimane concesse a metà giugno. Chi in queste settimane lavora a singhiozzo può sperare di prorogare la cassa fino a fine settembre. Poi si capirà quali lavori sopravviveranno e quali no. Abbiamo quattro mesi per salvarci».”

Secondo Griseri fa soprattutto paura il crollo previsto del Pil: dieci punti in meno nel 2020, 150 miliardi in meno nelle tasche degli italiani. Ma fa ancora più paura il blocco del lavoro nero e delle attività illegali. Quanti dei 150 miliardi del sommerso sono andati in fumo in questi mesi? E con quali conseguenze sociali? “Lo si capisce chiedendo alla Caritas chi fa la fila per i pacchi di pasta e il pagamento delle bollette. Pierluigi Dovis, responsabile a Torino, ha una casistica – conclude Griseri –: «Colf e badanti in nero hanno visto sparire in pochi giorni il loro stipendio. Famiglie a loro volta rimaste senza introiti che hanno risparmiato sulla colf. Badanti lasciate a casa per evitare di contagiare gli anziani. Ma anche piccoli esercenti di negozi a conduzione familiare: vengono a chiederci di pagare le bollette perché hanno esaurito i 600 euro e le banche non danno il prestito da 25 mila». Tutte persone che l’epidemia rischia di mettere a terra. E i professionisti precari? «Quelli nella fila non si trovano. Si vergognano. Mandano mail. Chiedono aiuto senza farsi vedere in giro. Vivono una profonda depressione».”

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