Il Recovery Fund? È il solito pannicello caldo in stile Unione Europea. A dirlo non certo un Nigel Farage, ma Jean Paul Fitoussi, creatore del dipartimento di Economia a Sciences Po a Parigi e docente alla Luiss di Roma.

Fitoussi è stato intervistato, ieri, sulle pagine del quotidiano Il Messaggero da Francesca Perantozzi, lanciando una serie di messaggi tutt’altro che rassicuranti. Secondo Fitoussi, infatti, l’Europa affronta l’uscita dalla pandemia con un ruolo di rincalzo: “Intanto gli altri Paesi – spiega l’economista francese – sono usiciti prima dalla pandemia, compresi gli Stati Uniti che pure hanno dovuto scontare la gestione Trump. Gli Europei hanno avuto due lockdown e poi una campagna di vaccinazione cominicata a rilento e ora sono in ritardo, come sono in ritardo i paesi emergenti. Questo ha conseguenze sia sul potenziale di crescita sia sulla geopolitica.”

Fitoussi, pur valutando positivamente i piani di accompagnamento della crisi realizzati in Europa, è piuttosto critico con un’Unione dove “le vecchie dottrine sono ancora forti e se l’Europa continua a non darsi tutte le opportunità per crescere e investire, resterà indietro. E il piano di rilancio per ora non è all’altezza. Il problema è questo: se i rimedi proposti adesso non sono sufficienti, se sono, come per ora sono, troppo piccoli rispetto al male che devono curare, alla fine saranno screditati. Si dirà che queste politiche non funzionano, che gli eurobond non funzionano. E invece bisognava semplicemente fare di più.”

Quanto di più, domanda Perantozzi. La risposta dell’economista francese non lascia spazio a dubbi: “Le misure di cui abbiamo bisogno non possono essere omeopatiche. Tra piani nazionali e piano di rilancio europeo stiamo a circa 2mila miliardi di euro, gli Stati Uniti hanno stanziato più di 6mila miliardi. Eppure hanno meno di 330 milioni di abitanti contro 450 milion i in Europa. Inoltre al momento di decidere il piano, erano in una condizione macroeconomica migliore della nostra, in una situazione di quasi piena occupazione, non ci sono scuse.”

La critica di Fitoussi non è solo quantitativa, ma anche qualitativa: “È come se stessimo prendendo un antibiotico – spiega –. Se invece di prenderlo per una settimana, lo prendiamo per tre giorni, rischiamo non solo di non guarire, ma di aggravarci. Bisogna almeno raddoppiare quanto stanziato finora”. Con buona pace di tutti gli euro-entusiasti che, fino a ieri, avevano urlato al miracolo, dopo l’annuncio del Recovery Plan.

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