L’altro giorno, sul quotidiano La Repubblica, è apparso un articolo a dir poco inquietante a firma Maurizio Ricci, secondo cui lo 0,1 per cento della popolazione ha visto lievitare il patrimonio personale da 7,6 a 15,8 milioni di euro a testa, tra il 1996 e il 2016. E i 5mila ancor più in cima alla piramide hanno triplicato le loro risorse. L’ineguaglianza sociale si sta allargando molto più rapidamente che nel resto d’Europa.

“L’Italia è un paese diviso fra (pochi) straricchi e (tanti) strapoveri, avviato su una traiettoria all’americana di ineguaglianze sociali sempre più stridenti – si domanda Ricci –? A dare l’immagine di una piramide sociale sempre più allungata, con un sottile vertice ormai fuori vista, fra le nuvole, sono queste cifre: nei vent’anni fra il 1995 e il 2016, un manipolo di 50 mila persone – lo 0,1 per cento della popolazione – ha raddoppiato la propria ricchezza, da una media di 7,6 milioni di euro a 15,8 milioni a testa. Nel complesso, si appropriava del 5,5 per cento della ricchezza totale nel 1995 e vent’anni dopo era salita al 9,3 per cento. Nello stesso periodo, la metà più povera degli italiani vedeva liquefarsi la propria, di ricchezza: in media da 27 mila a soli 7 mila euro. In totale, il 50 per cento della popolazione è ridotto al 3,5 per cento della ricchezza complessiva del paese: sono i contorni di un esproprio di massa.

Il quadro che disegnano, nel loro studio, Paolo Acciari, Facundo Alvarado, Salvatore Morelli fa a pugni, secondo Ricci, con quello che, tradizionalmente, ci consegnano i risultati dell’inchiesta di Bankitalia sulle famiglie, dove, anno dopo anno, si registra che l’1 per cento degli italiani più ricchi oscilla intorno al 14 per cento della ricchezza nazionale, senza grossi mutamenti rispetto agli anni ’90. Lo studio di Acciari, Alvarado e Morelli fotografa una sorta di pinnacolo. Dunque, fra il 1995 e il 2016, l’1 per cento degli italiani più ricchi aumenta la propria fetta della ricchezza nazionale, passando dal 16 al 22 per cento del totale. Ma, di questi 500 mila, i 50 mila che stanno in cima (lo 0,1 per cento della popolazione) l’ha raddoppiata: dal 5,5 al 9,3 per cento del totale. E, proprio su su, i 5 mila che rappresentano lo 0,01 per cento degli italiani l’ha addirittura quasi triplicata: questi straricchi che, tutti insieme, riempirebbero a malapena, post Covid, lo stadio Carlo Speroni di Busto Arsizio, quello dove gioca, in serie C, la Pro Patria, hanno ora le mani non più sull’1,8 per cento, ma sul 5 per cento della ricchezza nazionale. Senza contare quello che molti di loro, con ogni probabilità, hanno all’estero, off shore. La loro ricchezza è infatti prevalentemente finanziaria. La storia che la ricchezza degli italiani è fatta soprattutto di case, vale, infatti, per le classi medie, quelle che non fanno parte del 10 per cento più ricco, né del 50 per cento più povero. Quest’ultimo, peraltro, al massimo può contare sul conto in banca.

“Acciari e gli altri individuano un altro fattore allarmante: dal 1995, l’ineguaglianza sociale, in Italia, si sta allargando molto più rapidamente, rispetto agli altri paesi, Usa esclusi – conclude Ricci –. Oggi, la metà più povera della popolazione in Francia e in Spagna controlla il 7 per cento della ricchezza nazionale, in Germania e in Italia il 3,5 per cento, in America praticamente zero. All’altro capo della scala, negli Usa il 10 per cento più ricco sequestra il 73 per cento della ricchezza, nei paesi europei – Italia compresa – intorno al 55 per cento. Ma le traiettorie sono diverse: Francia, Germania e Spagna erano intorno a quel 55 per cento già dagli anni ’90. Negli Usa, invece, si è passati, in quei vent’anni dal 65 al 73 per cento, quasi 10 punti in più, uno strappo eccezionale. Ma, in Italia, gli stessi vent’anni hanno segnato una frattura sociale anche più lacerante: quel 10 per cento degli italiani, i 5 milioni di ricchi, sono passati dal 43 al 55 per cento della torta, 12 punti in soli venti anni.”

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