Sabato scorso il fondatore di questo blog, Ernesto Preatoni, sulle pagine di Libero ha lanciato una proposta: invece di imporre nuove tasse e continuare a dare mancette a destra e a sinistra, a Roma si dovrebbe pensare al settore produttivo e al ceto medio, che da anni scivola verso la povertà. Obiettivo: riattivare l’ascensore sociale, fermo da troppi anni.

L’intellighenzia, scrive Preatoni, guarda a Draghi come il paradigma del meglio che la moderna società dell’Unione sia in grado di produrre. In netta contrapposizione con personaggi, come Matteo Salvini, additato dai nostri stessi intellettuali con appellativi di un certo spessore, quali “il trucido”, tanto per citarne uno. Il problema, cari signori, è che senza Draghi e il suo “whatever it takes” probabilmente non ci sarebbe Salvini che sbanca alle elezioni.

“Non faccio il politologo e neanche il sociologo ma sono fortemente convinto che quello che le ultime consultazioni hanno partorito – la nascita, lo sviluppo e la caduta del Movimento 5 Stelle e la crescita vertiginosa dei consensi nel centrodestra – c’entrino poco con gli sbarchi a Lampedusa e molto col portafogli dei poveri contribuenti e cittadini italiani – spiega Preatoni –. Il baldanzoso Quantitative Easing con cui Draghi in questi ultimi anni ha “salvato” l’Euro, come ho spiegato più volte, ha reso i veri ricchi ancora più ricchi e ha letteralmente spazzato via la classe media in un Paese dove il sistema e soprattutto le tasse si reggevano proprio su questo ceto sociale.”

“Qualche tempo fa – aggiunge Preatoni –, sul Corriere, Alberto Brambilla e Paolo Novati spiegavano che il 12% degli italiani paga il 58% delle tasse, ovvero più della metà di 164 miliardi ogni anno che sono ‘A carico del 12,28% di contribuenti, poco più di 5 milioni di soggetti che dichiarano redditi da 35 mila euro in su e che pagano ben il 57,88% contro il 2,62% pagato dal 45,19% di dichiaranti.’ Impietosa la conclusione di Brambilla e Novati: ‘1) I contribuenti con redditi lordi sopra i 100 mila euro (per inciso: il netto di 100 mila euro è pari a circa di 52 mila euro) sono l’1,13%, pari a 467.442 contribuenti, che tuttavia pagano il 19,35% di tutta l’Irpef; 2) tra 200 e 300 mila euro di reddito troviamo lo 0,176%, circa 59 mila contribuenti che pagano il 2,99% dell’Irpef; 3) sopra i 300 mila euro solo lo 0,093% dei contribuenti versanti, circa 38.227 persone che pagano però il 5,93% dell’Irpef.’”

“Lo hanno scritto in pochi, ma mi sembra di capire che se Tria fosse rimasto ministro, avrebbe tentato di implementare la riforma fiscale sbandierata proprio da Salvini. Anche a costo di lasciar crescere l’Iva, che tanto l’anno prossimo aumenterà, statene certi, e che quest’anno ci costa più di otto miliardi di “mini tasse” in più. Poteva essere una ricetta vincente: lo è sicuramente rispetto a una manovra, quella varata da Gualtieri, che nasconde nelle proprie pieghe deficit e misure tutt’altro che espansive – conclude Preatoni – Ancora una volta, però, a Roma ci si è preoccupati soprattutto di non perdere la cadrega e non far infuriare Bruxelles e mercati. A qualcuno questa ricetta farà anche comodo, ma se qualcosa non cambia le scene a cui assistiamo da Ecuador e Cile potrebbero diventare presto realtà anche nelle nostre piazze.”

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