Le banche tedesche e quelle francesi hanno un problema: costano troppo e rendono poco. Come riportava sabato scorso la giornalista Elena Dal Maso, in un articolo pubblicato su Milano Finanza: “L’anno scorso le 15 maggiori banche dell’eurozona hanno riportato un rendimento medio del 7% sul capitale proprio, al di sotto del cost of equity per il decimo anno consecutivo, e ben al di sotto del rendimento del 12% prodotto dalle 15 maggiori banche statunitensi. Di conseguenza, in media, le grandi banche della zona euro scambiano a circa la metà del loro valore di libro, scrive Erik Nielsen, capo economista di Unicredit, mentre i loro concorrenti statunitensi scambiano in media 1,16 volte, dalle due alle tre volte.”

Per i funzionari di Bruxelles e di Francoforte, secondo Nielsen, l’unico vero tema che conta sono gli Npl, i crediti deteriorati. Che però, scrive l’economista danese, hanno visto grandi passi avanti negli ultimi due anni. E in tal senso, a partire dal terzo trimestre dello scorso anno, solo il Portogallo (6%), l’Irlanda (5%), l’Italia (4%) e un certo numero di paesi dell’Est Europa al di fuori dell’area dell’euro aveva un ratio sugli Npl netti superiore alla media Ue dell’1,8%. Il problema principale non è in realtà questo, ma i livelli di costo in molte banche.

“Come regola generale, il rapporto costo/rendimento (cost-to-income-ratio) per le banche che generano reddito è in genere compreso in un intervallo di circa il 60%”, scrive Milano Finanza. A partire dal terzo trimestre dell’anno scorso, le banche in Spagna e Portogallo hanno portato i loro indici, rispettivamente al 52% e al 53%, mentre le banche irlandesi (al 62%) e le banche italiane (al 63%) non sono molto distanti. Per contro, le banche francesi avevano al 30 settembre 2018 un rapporto costo/rendimento del 72% e le banche tedesche dell’80%. Il cost-to-income ratio di Deutsche Bank ha fatto addirittura registrare il 90,3%. La parte schiacciante dei costi è composta da stipendi e bonus, con grandi differenze nelle leggi sul lavoro in tutta Europa che hanno avuto un grande effetto sulla capacità delle banche di tagliare posti di lavoro e bonus. In questo caso, ricorda Nielsen, Germania e Francia si distinguono come tra i mercati del lavoro in Ue meno flessibili, con maggiori problemi di adeguamento dei costi alla nuova realtà globale.

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